15/07/17

Isis: il gran ballo in maschera della modernità globale

Mentre sta tramontando, tra le rovine di Mosul e Raqqa, la dimensione geografica e “statuale” del Califfato, è bene continuare ad indagare il senso e la traiettoria storica di questa presenza – che perdurerà ancora lungo, in forme mobili e deterritorializzate, a cavallo di almeno due continenti.
Da alcuni anni è aperto il dibattito sul rapporto complesso e ambivalente tra il fenomeno Isis e la modernità. Ci si è chiesto spesso: la comparsa del Califfato è l’ultimo culminante episodio dell’impatto critico e autodistruttivo del mondo islamico con le categorie del moderno, o piuttosto è il segnale di una insospettabile capacità di adattamento, alla modernità stessa? Certo bisognerebbe perimetrare due concetti inafferrabili e mutevoli: l’Islam (che come categoria astratta e meta-storica non esiste) e la Modernità (che è un cantiere concettuale sempre aperto e in perenne evoluzione). Ma l’argomento è affascinante e vale la pena entrarci, in una modalità che allarghi il discorso specialistico solitamente riservato agli storici, agli islamologi, agli antropologi.
Di solito, quando si parla dello Jhiadismo globale e del suo rapporto con la modernità, ci si sofferma sulla dimensione, morbosa ed efficacissima, della padronanza tecnologica dei media, che questa forza manifesta. Ci sorprende vedere tagliagole barbuti, fautori di arcaismi secolari, maneggiare la infosfera con tale efficacia hollywoodiana. I boia stringono in pugno il coltellaccio, ma in tasca hanno uno smartphone iperconnesso e rappresentano se stessi su riviste on line graficamente raffinate. Questo ci turba: perché associamo la tecnologia alla civiltà (o almeno a quel che supponiamo essa dovrebbe essere). Naturalmente basta volgere lo sguardo pochi decenni indietro, nel cuore della civilissima Europa infettata dal nazismo, per cogliere la medesima ambivalenza: un movimento propugnante valori parimenti arcaici, ma altrettanto disinvolto nel suo rapporto con la Tecnica, nell’epoca del pieno sviluppo della grande industria di massa e del capitalismo monopolistico di Stato. Anzi: in alcuni casi si può dire che più il campo valoriale è regressivo – e ostentatamente arcaico – più il rapporto con la tecnologia pare diventare ossessivo, quasi come se le due dimensioni si legittimassero a vicenda. Questo cortocircuito, rende confusi e circospetti: quello che ci viene raccontato come il nemico estremo, gioca nella nostra stessa metà campo, non è un alieno germinato nei deserti, condivide il nostro background e, quando può, il nostro stesso stile di vita sostanziale – essendo la comune dimensione bio-politica totalmente informata e forgiata da tempi e modi della tecnologia.
Ma il feeling di queste forme di radicalismo con la modernità è ancora più profondo ed evocativo, e va oltre le considerazioni circa l’uso dei media e del web.
L’Isis non è solo l’onda lunga di uno Jhiadismo globale che nasce 40 anni fa negli altipiani afghani con i dollari americani e i petroldollari sauditi. Rappresenta una evoluzione della specie, se così possiamo dire, di quel filone (da qui le rotture sanguinose con Al Qaeda e con i Talebani). L’approccio dell’Isis è inedito, più radicale e catartico, rispetto qualsiasi altra soggettività islamista mai apparsa nell’ultimo secolo: il progetto neo-califfale punta alla costruzione un “Homo Novus” islamico, provando a fare tabula rasa (non solo ideologicamente) di ogni passato, in una prassi di soppressione e cancellazione delle memorie pre-esistenti – comprese quelle islamiche locali. Dai complessi monumentali antichi – sopravvissuti per 1400 anni alle diverse autorità religiose succedutesi nel tempo -, fino alle tombe degli odiatissimi sufi, la furia distruttrice rivela qualcosa che va ben oltre l’iconoclastia. Si tratta di un’azione velleitaria e folle di “ricostruzione da zero” del Soggetto e della sua realtà: una qualche forma di titanica velleità prometeica, in cui un pugno di eletti, rifonda il corso storico e decreta, dal pulpito di una moschea, la nascita di un “musulmano nuovo” – che inevitabilmente richiama il mito dell’”uomo nuovo” che verrebbe partorito dalle macerie fumanti di ogni palingenesi, reale o presunta.
Questo schema, alle orecchie di noi occidentali, non suona propriamente inedito – è qualcosa che ha molto a che vedere con la Modernità (e con la Politica, sua figlia prediletta). Sono discorsi che evocano movenze e attriti che si sono già inverati, soprattutto nel corso del ventesimo secolo, e di cui siamo stati testimoni e protagonisti. L’idea della tabula rasa su cui ri-edificare, con la forza illuminata ( dalla Ragione o dalla Rivelazione, cambia poco) della volontà, un Mondo Nuovo e un Uomo Nuovo che lo abiti, è una suggestione profondamente radicata nella storia europea, nella NOSTRA storia, almeno dall’89 francese in poi. Il Mostro, l’estraneo, ha attinto largamente dal “nostro” armamentario ideologico, rovesciandone il segno e accelerandone, in una furia devastatrice, la fase del kathairo, dell’estirpazione, del fuoco purificatore.
La storia dell’Islam non conosceva questa ansia catartica.
Dopo il primo secolo di folgorante espansione, diventa a suo modo una storia di lentezza, di confini mobili e porosi, di perdite, riconquiste e sovrapposizioni di civiltà e culture che si succedono per secoli. Persino la predicazione profetica impiegò 26 anni a radicarsi. Le culture tradizionali (pre-moderne) avevano consapevolezza del tempo storico, dell’impossibilità di forzarlo.
Già nel corso del primo secolo, entrando in collisione con i residui degli imperi siriani e persiani, il baricentro del mondo islamico si sposta verso Damasco e Baghdad, assorbendone parte delle eredità millenarie. Si definisce il profilo storico di un islam “persiano” e metropolitano, lontano dai deserti e dalle rotte carovaniere della penisola arabica. E, proseguendo, nascerà un Islam mediterraneo, berbero-andaluso, poi afghano-indiano e quindi turco-caucasico.
Questi molti Islam plurali erano il prodotto di un meticciato profondo e di complesse stratificazioni. Il massiccio edificio coranico, apparentemente monolitico era in grado di fare i conti con la storia concreta dei popoli – dalla Spagna alla Cina – senza la pretesa di cancellarla e riscriverla in toto. Non c’erano modelli preconfezionati da importare o adottare: tutto – dalle forme di governo fino alla teologia – risultava essere il prodotto di infiniti processi di aggiustamento, conflitto e convivenza, che definivano assetti di volta in volta nuovi e diversi.
L’idea di un Islam immutato e immobile nei secoli è una scempiaggine moderna, che l’Occidente sbandiera come alibi e falsa coscienza: gli Islam sono sempre stati molti e diversi ed epoca dopo epoca, l’Occidente ha idealtipizzato uno di questi modelli, a seconda delle sue necessità politiche, di lotta, colonizzazione o cooptazione di settori di quel mondo.
La edificazione dello pseudo-Califfato dell’Isis, mostra una insospettabile consapevolezza, da parte dei gruppi dirigenti jhiadisti, delle tematiche della governance contemporanea. Non per niente, pezzi importanti del Bathismo (cioè dell’eredità pan-arabista, laica e modernista) vi hanno aderito con disinvoltura.
Lo stesso richiamo alla categoria di “Stato” che Daesh sbandiera nella sua denominazione, è una suggestione moderna e molto “occidentale”: l’Islam tradizionale, nel corso storico concreto, ha sempre prodotto la dimensione imperiale – che significa multietnicità, pluriconfessionalità, livelli diversi di potere che si equilibrano, tra Emirati, Città-Stato, comunità, confraternite. L’idea moderna di Stato, con un’architettura rigida, definita e non mediabile dei poteri, strumento di formidabile accelerazione dei processi storici, è un concetto estraneo alla tradizione islamica. L’Isis esalta il concetto di edificazione dello Stato proprio perché lo Stato è l’unico strumento possibile di governo della modernità – soprattutto nella sua razionale spietatezza. Tanto per capirci: il genocidio armeno è il biglietto da visita dei “giovani turchi” di Ataturk e uno degli atti di fondazione della moderna Turchia laica (il Sultanato, ostaggio impotente, sarebbe stato soppresso da lì a poco).
Il genocidio organizzato è il marchio di fabbrica dello Stato moderno e delle sue logiche di epurazione ed omogeneizzazione interna.
Questo è anche il filo conduttore della politica dell’autoproclamato Stato Islamico: ricostruire la Umma depurandola di tutti gli elementi spuri (quelli che disconoscono l’autorità califfale), dotare questo corpo finalmente omogeneo di confini ideologici e materiali insormontabili, costituirsi come fondazione di una storia nuova, dove tutto il tempo pregresso è jahillya, età dell’ignoranza da ripudiare.
È per legittimarsi modernamente come Stato, che l’Isis sbandiera le sue efferatezze (quelle che gli altri attori in campo di solito nascondono): il monopolio della violenza è l’unico elemento di “statualità” che possono giocarsi efficacemente davanti ai territori controllati e al mondo – mancando tutti gli altri, soprattutto quelli che possono avere un rapporto con una qualche idea di governo della polis. La legittimazione dell’Autorità politica e statuale, è direttamente proporzionale alla ferocia esibita. Il meccanismo di riconoscimento che vogliono stimolare nei popoli è in fondo semplice: se arrivano davvero a fare “questo” – decapitare, bruciare, squartare – ed hanno il coraggio di diffonderlo, vuol dire che incarnano davvero un Potere legittimo, perché solo un Potere legittimo può essere in grado di padroneggiare il Male e trasformarlo in virtù pubblica e Legge. Perché, altrimenti, i giacobini esibivano le teste mozzate davanti a tutta Europa – se non come fattore di auto-legittimazione, dentro il parto doloroso della modernità? E questo è stato il refrain di molte epopee rivoluzionarie: la nuova legalità ha bisogno della catarsi – ce lo chiede la storia…
La prassi e l’ideologia dell’Isis si mostrano quindi come prodotto ideologico di laboratorio (anche sofisticato) che, pur evocando le sacre radici della Tradizione, trova riscontro più che nella vicenda storica concreta dell’Islam, nelle convulsioni geopolitiche della tarda modernità, nelle sue accelerazioni, nella sue proteiche riconfigurazioni.
Oggi l’Isis viene raffigurato come l’emblema del Male e del Nemico Assoluto. Il nuovo feroce Saladino che legittima l’esistenza di formidabili apparati militari di contrasto, nonché la irreversibile militarizzazione della società e della metropoli.
Come paradossalmente spesso capita nella storia, però, cerchi il Nemico, cerchi l’Altro per eccellenza, il barbaro, il sub-umano, e trovi uno specchio che riflette una tua immagine distorta…
L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga.
Materialismo mercantile, immersione acritica nella Tecnica, utopie di rifondazione catartica dell’umano: più che una sopravvivenza anacronistica, queste forze sembrano una variante pienamente legittima della contemporaneità.
Del resto, è la la storia recente di questo universo pseudo-jhiadista , a rivelare se stesso. La Salafya – cioè l’insieme di scuole e tendenze che vorrebbero rifarsi esclusivamente ai costumi delle prime tre generazioni di musulmani – è una invenzione moderna, che ostenta tradizionalismi inventati. Rifiuta ed è rifiutata dalle quattro scuole legittime. Nasce e alligna dentro lo scontro geo-politico della fine del ventesimo secolo e per diffondersi ha avuto bisogno di decenni di enormi investimenti economici: masse di ulema-commissari politici, migliaia di moschee edificate ai quattro angoli del pianeta, la collaborazione logistica di molti apparati statali, compreso quello israeliano. I Salafiti “ufficiali” in larga parte rifiutano lo stragismo terrorista, ma molti musulmani dicono di loro che “sono un prodotto occidentale, come la Coca Cola”.
E se la Salafya è il frutto di un grande investimento geo-politico-strategico, stessa cosa vale per il suo fratello maggiore, il wahabismo – la dottrina ufficiale dell’Arabia saudita – che è parimenti il prodotto, moderno, del…. ciclo degli idrocarburi. Senza il petrolio, nessuno oggi conoscerebbe lo sciagurato estremismo di Abd al-Wahab, pazzo predicatore sconfitto e scacciato dalla penisola arabica tra la fine e l’inizio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. È solo la forza del mare di petrolio, su cui i discendenti dei Saud si ritroveranno seduti un secolo dopo, che ha consentito al wahabismo di diventare dottrina di Stato in buona parte delle monarchie del Golfo. E di produrre una sciagurata egemonia in territori e settori di mondo arabo, fino a pochi anni fa alieni a quella cultura. Lo Spirito, la predicazione, l’ortodossia e l’osservanza, c’entrano poco: la materialissima e modernissima forza del dio petrol-dollaro, disegna nel vuoto suggestioni iper tradizionaliste, gestisce fondazioni miliardarie, demolisce le tombe e le antiche vestigia del passato profetico e costruisce super alberghi a 5 stelle che fanno ombra alla Ka’ba. Materialismo, finanza, investimenti, guerre e posizionamenti sullo scacchiere internazionale – altro che sharia.
Insomma, cerchi i barbari alle porte e trovi che siamo tutti immersi nel medesimo imbarbarimento. E che esso riflette pienamente il presente e il futuro verso cui marciamo.
In conclusione, una domanda ritorna costantemente, con buona ragione: ma questo ciclo jhiadista, c’entra o non c’entra con la religione? È tutto politica, è tutto strumentalità, è tutto costruzione artificiale eterodiretta? La fede, sta all’inizio o alla fine, di questa catena di disastri che si squaderna davanti ai nostri occhi?
È difficile dare risposte semplici a problematiche tanto complesse, ma traslare la domanda su un altro piano, a noi più consueto, forse ci aiuta: le Crociate c’entravano o no con la religione?
Certo che c’entravano, sarebbe puerile negarlo. La croce e il mito della difesa dei Luoghi Sacri erano il fattore ideologico di mobilitazione per le masse e l’elemento di nobilitazione dell’impresa, mica una banale sovrastruttura. Però: le Crociate spontanee, quelle sollecitate dal fanatismo (le cosiddette Crociate dei pezzenti) non riuscirono mai neanche ad arrivare a Gerusalemme, vagarono senza mezzi per le contrade europee fino ai territori bizantini, si “limitarono” a saccheggi e pogrom antiebraici e poi furono disperse.
Le vere Crociate le organizzarono Papi, Imperatori, Re e Principi. Gli Stati.
Non qualche fanatico imbecille.
Giovanni Iozzoli

05/07/17

La forza del silenzio

Descrizione
In un’epoca sempre più rumorosa, in cui tecnica e consumismo irrompono nella nostra vita, è senza dubbio una follia voler scrivere un libro dedicato al silenzio. Eppure, il mondo fa tanto di quel rumore che la ricerca di qualche goccia di silenzio diviene ancora più necessaria. Per il Cardinale Robert Sarah, a forza di respingere il divino, l’uomo moderno si ritrova in una dimensione angosciante e opprimente. Sarah vuole ricordare che la vita è una relazione silenziosa tra la parte più intima dell’uomo e Dio. Il silenzio è indispensabile per l’ascolto del linguaggio divino: la preghiera nasce dal silenzio e senza sosta vi fa ritorno sempre più profondamente. In questo colloquio con Nicolas Diat, il Cardinale s’interroga: gli uomini che non conoscono il silenzio potranno mai raggiungere la verità, la bellezza e l’amore? La risposta è senza appello: tutto ciò che è grande e creato è plasmato nel silenzio. Dio è silenzio. Dopo il successo internazionale di Dio o niente, tradotto in quattordici lingue, il Cardinale Robert Sarah cerca di ridare al silenzio la sua dignità.
Il testo è seguito da un’eccezionale colloquio con Dom Dysmas De Lassus, Priore della Grande Chartreuse e Ministro Generale dell’Ordine dei Certosini.
Con la prefazione di Benedetto XVI.

22/06/17

Il nomos della tecnica, il tramonto della politica


Il tema dell’avanzata inarrestabile della tecnica appassiona molti. Tra loro, filosofi di grande cultura, come Umberto Galimberti, con il suo denso Psiche e Techne. Da ultimo è sceso in campo il grande vecchio della filosofia italiana, Emanuele Severino. All’alba dei suoi 88 anni, il pensatore bresciano ha pubblicato Il tramonto della politica, dal pretenzioso sottotitolo (ma al grande esperto di Parmenide si può concedere) Considerazioni sul futuro del mondo.
Nessun dubbio sull’importanza decisiva di tematizzare il rapporto tra tecnica e politica; ciò che colpisce è la tesi centrale di Severino, ovvero che “la politica tramonta perché, quando non si rassegna alla propria dipendenza dal capitalismo, si illude di poter guidare il capitalismo, ossia ciò che è destinato al tramonto.”
Nel libro, l’autore riprende e sviluppa temi a lui cari come il rapporto tra politica, tecnica e filosofia e propone una chiave di lettura della volontà di abbandono della verità tipica del tempo presente. In questo processo di relativizzazione generale il capitalismo, per trionfare sui propri nemici, dopo aver emarginato la politica, deve sfruttare a fondo le potenzialità della tecnica, divenuta sempre più forte, una serva che si sta trasformando in padrona, svuotando il capitalismo stesso del suo scopo e conducendolo quindi alla morte. Quello che oggi ci pare uno scontro epocale, sostiene Severino, è soltanto l’espressione di una battaglia di retroguardia, tra le diverse “verità” che intendono piegare il mondo alla loro visione, tutte destinate a essere sconfitte dall’avvento della tecnica, che potrà compiersi pienamente solo quando quest’ultima potrà “godere del sostegno della filosofia e raggiungere il proprio scopo: realizzare tutto quanto è possibile.”
Premesso che la politica non si illude affatto di guidare il capitalismo, ma ne è l’interessata servitrice anche contro la volontà popolare, due tesi sembrano davvero sconcertanti: la prima è che sia in corso uno scontro tra pretese veritative contrapposte. Spiace contraddire un pensatore di prim’ordine, ma non è così. Il capitalismo, nella sua forma globalitaria e tecnoscientifica ha spazzato via, al grido “non c’è alternativa”, ogni visione del mondo ad esso non riducibile. E’ oggi l’unico giocatore in campo in una partita evidentemente truccata. Lo stesso Severino ebbe modo, nel corso di oltre mezzo secolo di speculazione filosofica, di criticare aspramente capitalismo e comunismo (anche il fascismo, peraltro) considerati entrambi fonti dell’heideggeriana “vita inautentica”, espressioni del dominio della tecnica. Gli fa velo, nella circostanza, un retro pensiero nichilista riassunto in una sua frase assai citata, dalla Follia dell’angelo: “si tratta di capire che la costruzione e la distruzione hanno la stessa anima”.
Questo è un punto di divergenza insanabile, e bene fece il solido tomista Cornelio Fabro a decretare l’inconciliabilità con il cristianesimo delle idee dell’allora giovane docente dell’Università Cattolica. La seconda tesi cui occorre ribellarsi è che la tecnica sia il vettore attraverso il quale il capitalismo verrà svuotato e sconfitto. Idea intellettualistica e, come dire, teoretica, danzante sulle nuvole, figlia di un approccio che non tiene conto dei rapporti di forza, ovvero di quella che Machiavelli definì la realtà effettuale. Il capitalismo è il meccanismo dell’ideologia liberale destinato a determinare e dominare i rapporti di produzione e, attraverso quelli, l’intera vita del mondo. E’ dunque struttura, in senso marxiano, mentre la tecnica è, ancora, sovrastruttura, strumento della dominazione degli uomini da parte del Signore.
Altra cosa, ma Severino tace sul punto, è il transumanesimo, ossia l’ideologia prima nascosta ed oggi emergente, distillata nei pensatoi delle oligarchie economiche e finanziarie, la corrente metaculturale che sostiene un accelerato sviluppo scientifico e tecnologico volto alla trasformazione della specie umana attraverso le nuove scienze, informatica, genetica, cibernetica, neuroscienze. Tutte insieme, sono oggi chiamate tecnoscienze, poiché riuniscono in sé la scienza, che è sapienza, la tecnica e la tecnologia, ossia l’uso e la pratica applicazione delle conoscenze e delle abilità acquisite.
Le tecnoscienze paiono a noi la concretizzazione del Golem, figura mitica e concetto ricorrente della tradizione ebraica, l’essere di argilla a cui viene data la vita attraverso riti esoterici da parte dei più sapienti rabbini. Il significato letterale è embrione, massa grezza. Secondo tradizione il golem è un potente essere antropomorfo di materia inerte. Come un robot, il golem esegue gli ordini del suo creatore, ma è privo di pensiero e di emozione, in quanto non possiede anima. Per dargli vita, sulla fronte gli viene scritta la parola emet, verità; per distruggerlo, viene cancellata la prima lettera, ma met significa morte.
Il Signore oggi intronizzato è il tecnocapitalismo, ovvero il capitalismo che controlla e domina, possiede la tecnologia e ne decide gli esiti, una forza inesorabile che avanza e distrugge ciò che trova sul proprio cammino, in nome di un epocale cambio di paradigma esistenziale ed antropologico. Golem, non a caso, in ebraico moderno significa anche robot. La tecnica è l’alleata più potente del capitalismo, non certo la sua nemica, ed un cambiamento potrà avvenire – lo scenario è il più sconvolgente – solo allorché la tecnica, soprattutto attraverso la cibernetica, potrà replicare se stessa, decidere da sé obiettivi, addirittura darsi dei fini senza o contro il controllo umano. La strada, da un punto di vista pratico, è aperta, ma modi e tempi sono ancora del tutto sconosciuti.
Qui si inserisce la terza obiezione al pensiero di Severino, allorché egli sembra sperare in un’alleanza tra tecnica e filosofia. Se, come egli afferma, tutte le verità sono sconfitte dalla tecnica, unico scopo possibile è realizzare “tecnicamente” tutto quanto è fattibile, con il sostegno della filosofia. E’ possibile che chi scrive abbia frainteso o preso un grossolano abbaglio (interpretare il pensiero dei pensatori è sempre arduo…), ma ci sembra che Severino, gran conoscitore della filosofia greca, proponga nientemeno che la definitiva fuoruscita dalla tradizione del pensiero occidentale.
I greci fondarono la civiltà di cui siamo figli degeneri sul concetto di limite, sulla prudenza (phrònesis) e sul principio di non contraddizione. A Platone ed Aristotele siamo debitori quasi di tutto, in particolare dell’idea di bene e di male. Una filosofia che si alleasse con la tecnica commetterebbe due tragici errori: da un lato, la tecnica è “pensiero che non pensa”, non ha altro scopo che funzionare, come ha ben capito Galimberti. La sua dimensione è del tutto estranea al giudizio, ai fini, alla direzione, che è il senso del pensiero speculativo. Non ha bisogno della “mosca cocchiera”, avanza da sola.  Filosofo, “amico della sapienza” è colui che ragiona su ciò che vede e fornisce un giudizio. Tecnico è colui che prende atto dei progressi della scienza, e utilizza le leggi fisiche da essa scoperte per usi pratici (tecnologia).
In questo senso, la filosofia altro non diverrebbe che la copertura “colta” per realizzare la legge di Gabor. Dennis Gabor, eminente fisico ungherese, teorizzò che tutto ciò che si può realizzare “tecnicamente”, si farà, e tutte le possibili combinazioni saranno tentate. La scienza, purtroppo, ha titolo per ragionare in tal senso, figlia e nipote di Prometeo e di Adamo che si ribella a Dio, cioè al limite da lui posto, ma la filosofia è la coscienza critica, l’occhio vigile e morale dell’uomo che, uscito dalla caverna di Platone, vede la luce ma teme l’accecamento.
L’altro errore, ben gradito al dominio capitalista, corollario dell’altro, è quello di accettare un ruolo subalterno. Il Signore paga la ricerca, oggi soprattutto nell’ambito dell’elettronica, della genetica, delle biotecnologie e delle nanotecnologie, prescrive l’invenzione continua di nuove applicazioni. La filosofia, rassegnata a non partecipare al grande gioco, si limiterebbe ad applaudire e fornire la copertura teorica all’avanzata amorale della Tecnica. Doctores tiene la Iglesia, dottori ha la Chiesa, afferma un detto castigliano, a significare che un impianto di giustificazioni a posteriori è sempre pronto, anche e soprattutto per le nefandezze.
Ad una retta filosofia, liberata anche dal sogno husserliano di diventare scienza, va al contrario il compito di essere, a suo modo, “katechon”, ciò che frena, impedisce, sottopone a giudizio che può essere negativo, e lascia quindi la Tecnica – cioè i suoi padroni- soli con le loro immense responsabilità. Un eventuale sopravvento della tecnica sul capitalismo, peraltro, sarebbe un evento ancora peggiore del male.  Ha invece ragione Severino a constatare l’inevitabilità del passaggio, in larga parte compiuto, dalla gestione politica a quella tecnoscientifica dei processi politici.
Egli ne sembra tuttavia soddisfatto, segnalando l’incontro della volontà tecnica e di quella filosofica. Sembra, in verità, la giustapposizione antiumana di due volontà di potenza che si fondono, ed a scomparire è la ragione filosofica, che si libera dello sguardo morale. Anzi, sottolinea che questa sarebbe “la coerenza estrema dell’Occidente”, che realizza una sorta di pax technica in un superstato tecnico, che, peraltro, avrebbe comunque un governo (o governance) e dei dominatori. Vecchia regola è che chi paga i suonatori decide la musica, per cui nessun potere è tecnico, ma è sempre politico, nel senso che determina rapporti di forza nella vita concreta della polis e degli uomini che la compongono.  Insomma, da Severino ci arriva una sorta di assenso ad un destino, quello del dominio tecnoscientifico, che non è affatto pax, se non nel senso della fine del pensiero e del giudizio critico, un deserto dell’Unico che Diego Fusaro chiama “eterofobia dei globalitari”, cioè dei Signori del denaro. Sono i loro i padroni, banditori, ispiratori, mandanti e finanziatori delle tecnoscienze, cui sono interessati per un unico motivo, la capacità di dominio sull’uomo e sul mondo, oltre ogni limite, che è lo scopo, o meglio, la hybris, la tracotanza orgogliosa, la selvaggia volontà di potenza di cui il capitalismo assoluto unico e finale è portatore.
La riflessione deve quindi esplorare un campo spesso trascurato dai filosofi, ovvero il grande inganno del potere globalitario che riduce tutto a tecnica, a procedura, a pilota automatico, avendo proclamato la propria eternità sistemica e negato la possibilità di alternative. Un totalitarismo singolare, le cui sbarre non sono meno ferree per il fatto di risultare poco visibili. La ragione tecnica, o la riduzione di tutto a tecnica, è, a nostro avviso, il grande espediente di potere responsabile del tramonto della politica, e la dubbia pax technica di cui parla Severino deve essere smascherata come strumento essenziale della dittatura del tecnocapitalismo. Capitalismo basato sul possesso e l’orientamento della tecnica: i nomi, infine, significano qualcosa.
E’ utile partire dalle definizioni universalmente accettate: la tecnica è l’insieme delle regole pratiche da applicare nell’esercizio di un’attività intellettuale o manuale; il procedimento specifico seguito nell’esecuzione di un lavoro o di un’opera; l’utilizzazione della scienza a fini di immediata utilità; ogni applicazione pratica di una scienza, poiché l’attività umana tende a creare congegni, inventare macchine per sottomettere le forze naturali all’uomo e soddisfare le sue esigenze pratiche.  Da tutto quanto esposto, si inferisce che la tecnica è un mezzo. Poiché i mezzi servono a scopi, il rapporto invertito tra i meccanismi e gli obiettivi è una finzione, una menzogna ad uso di chi, appunto, domina e determina i fini. L’abbiamo definito il Signore, ed è la cupola finanziaria ed industriale che ha privatizzato scienza e ricerca in vista delle pratiche applicazioni di loro interesse.
L’astuzia del Signore che, rammentiamolo, possiede tutto, è quella di aver costruito un vero e proprio “nomos della tecnica”, ossia un senso comune accettato, una falsa, ma creduta legge di natura che situa i mezzi, le modalità, le tecniche, al di sopra di ogni altro principio, destituendo, o meglio celando i fini.  La parola greca nomos designa la prima misurazione, da cui derivano tutti gli altri criteri di misura; ha poi assunto il significato di norma a fondamento, che “intesa nel suo significato originario è quella che meglio si presta a rendere l’idea del processo fondamentale di unificazione di ordinamento, localizzazione”. (Carl Schmitt).
La tecnica è impersonale, ma niente affatto neutrale. Non è un principio da mettere ai voti, né può essere oggetto di dissenso: non si può dissentire dalla sfericità della terra o dall’equazione d’onda di Maxwell. Il trucco magico è far coincidere il sapere tecnico con il pensare tecnico, che è una contraddizione in termini. Pensiamo all’informatica: ci è stato insegnato che per conseguire un certo risultato, poniamo entrare in un programma di calcolo si fa così, si segue un determinato percorso scandito da quei gesti e solo da quelli, poiché, in caso contrario, non funziona, ci respinge. E’ la concretizzazione del “si” di Heidegger: si fa, si dice, si deve. Ma, spiega il pensatore di Messkirch, questa è la notte del mondo, e ciò che massimamente si deve pensare è che non si pensa. Al Signore va bene così: la tecnica è un cruscotto fabbricato per suo conto, pieno di comandi e di un quadro di strumenti. Strumenti, appunto, da azionare in determinate circostanze per scopi precisi, predeterminati dal libretto di istruzioni.
Ai vari livelli corrispondono differenti profili di accesso: la grande maggioranza può solo pigiare i pulsanti della tastiera, che si offrirà generosamente di suggerire in anticipo le parole da digitare. Qualcuno potrà azionare comandi più sofisticati, solo pochissimi dovranno conoscere quello che c’è dentro, il funzionamento del manufatto, soprattutto sapere perché esiste.  Alla tecnica manca qualsiasi eticità (la sittlichkeit di Hegel) ed è del tutto estranea a qualsiasi orizzonte di trascendenza, o semplicemente di alterità. Essa “è”, sta, incombe, e ogni domanda o obiezione non è solo sconsigliata, ma risulta superflua e indegna di risposta. Ne poniamo una: chi ha scritto il libretto delle istruzioni?
Soprattutto, chi lo ha commissionato, perché, qual è la ratio sottostante? Il beniamino della tecnica non è solo l’uomo senza qualità alla Musil, ma il Peter Pan che rifiuta di diventare adulto, un giocherellone a vita, connesso, sempre sorpreso dalle novità della moda, affascinato come a cinque anni di età dalla nuova macchinina. La tecnica prevede miliardi di operatori intercambiabili, capaci di digitare pulsanti e padroneggiare una tastiera, migranti del virtuale in cerca di accesso ai database, una plebe afflitta dal desiderio compulsivo, che si accontenta delle FAQ (Frequently Asked Questions, le domande più frequenti a cui sono predisposte in rete risposte omnibus). Un’umanità che confonde la mappa con il territorio e che non squarcia mai il velo di Maya. Ciò che conta è che la tecnica esista, ci sia, e poiché c’è, è buona e giusta, reale e razionale, scimmia di Hegel.
L’impersonalità della tecnica è passiva, il contrario esatto di quella impersonalità attiva prescritta da Evola che è la fortezza morale del ribelle e dell’uomo differenziato, colui che non agisce in vista di scopi pratici e non persegue il successo pubblico. Tocqueville intuì il “potere immenso e tutelare” di un mondo ridotto a procedure, meccanismi e false libertà, impegnato a mantenere i sudditi nello stadio dell’immaturità permanente, affinché restino nella dimensione del gioco infantile (puer ludens, non homo ludens!) e “non pensino che a divertirsi”. Attraverso la tecnica, il Signore tecnocapitalista ha portato a compimento il suo capolavoro, realizzando l’uomo senza dissenso, senza interiorità, senza profondità, senza Dio, senza padri e senza valori che non siano descrivibili in algoritmi, compressi in software tutti uguali, con etichetta del prezzo in denaro, gradita la carta di credito.
Antonio Gramsci, un pensatore che i padroni del mondo hanno studiato assai bene, parlò della riduzione degli uomini a gorilla ammaestrati (Quaderni dal carcere VII), che hanno accettato ed introiettato le regole tecniche come uniche e vincolanti, anzi come sola libertà possibile. L’esito ovvio è “libertà è schiavitù”, nella neolingua di Orwell. Per questo, rimaniamo stupefatti dallo sguardo benevolo di Severino nei confronti della tecnica, sino all’offerta implicita di un’alleanza in cui la filosofia dovrebbe fornire l’impianto teorico di sostegno. La tecnica, cioè il Signore, non ne ha affatto bisogno, e comunque è solo un’illusione da logomachia accademica pensare di battere il capitalismo per sussunzione da parte di Techne. E’ vero il contrario, tanto che possiamo affermare che la Tecnica è il sistema operativo del Capitalismo globalitario. Oggi e sicuramente domani. Dopodomani, chissà, la macchina potrebbe essere provvista, dall’uomo che l’ha creata, degli strumenti per fare da sola.
Ma sarebbe un giorno ancora peggiore di quelli che stiamo vivendo, con buona pace dei filosofi che prendono abbagli nel corso dei loro estenuanti giochi linguistici. Il nomos della tecnica, annunciato dal tramonto della politica, non ha bisogno di improbabili previsori: la nottola di Minerva, lo ha insegnato Hegel, inizia il suo volo sul far della sera. La filosofia, come ogni conoscenza umana, comprende una condizione storico esistenziale solo dopo che si è prodotta. Non ha facoltà predittive o precognitive. Può solo immaginare: umano, troppo umano, transumano: la fine, probabilmente meritata, della nostra specie.
Autore: Roberto Pecchioli
Fonte: Ereticamente